Il Cavallo di Torino

A torinói ló (2011) – Béla Tarr / Ungheria

Abbandona questo mondo, questi colli un tempo verdeggianti ora depredati del loro fulgore, grigi come il cielo, invisibili come speme ormai dimenticata. Nel silenzio assordante interrotto solo dal violento abbattersi del vento sulle fragili mura della dimora protagonista, nell’angusto ripetersi di giornate insistentemente depredate della loro linfa vitale, del lume che le sostenta: brancolando nel suo buio dilagante ‘Il cavallo di Torino’ accetta la fine, spalanca le sue scarne braccia deperite per accogliere la fine, l’istante ultimo in cui il respiro rifugge dall’uscire, l’istante che precede la morte, il capolinea di un’esistenza. Ecco dunque che Béla Tarr, con questo suo ultimo, testamentario saggio filosofico, ripercorre e pone termine al percorso iniziato dai tempi di ‘Perdizione’ e ‘Satantango’. Percorso che, oltre a chiudere e riassumere un intero filone tematico, sancisce l’ideologico apice del Cinema stesso con quello che è a scanso di equivoco il più grande film della storia.

Partendo da un episodio di vita del celebre filosofo Friedrich Nietzsche, commosso e colpito di fronte alla violenza di un uomo nei confronti del suo cavallo, la storia riprende le vicende di un vetturino e della sua routine quotidiana insieme alla figlia. La desolazione della vita di campagna, la sua ripetitività e la sua povertà, e infine la mancanza di coraggio e di forza necessarie a cambiare la stessa, tutto questo graverà sulla loro esistenza fino ad estinguerla del tutto. Niente più luce, niente più acqua, solo vento, tenebre e desolazione.

Raramente prima dell’uscita del film in questione si era vista un’opera così forte e intrisa di dure, scomode e definitive verità. Qui il regista ungherese mette in pratica tutta la sua abilità direttiva portando il suo stile e i suoi tipici contenuti agli estremi e dimostrando una conoscenza e una coscienza dell’uomo in quanto infinitesimale e vanesio davvero enormi. Il Tarr pensatore qui si cala all’interno della tipica vita di un nucleo familiare sottolineandone però la difficoltà delle azioni quotidiane, l’impossibilità di una vera e propria ragione per vivere e di una fondamentale mancanza di senso, ma soprattutto della letterale e inesorabile autodistruzione di un mondo ricreato qui in tutta la sua scevra realtà, dove le persone vagano senza parole e senza pensieri verso un’intrinseca e naturale felicità che appare tanto lontana da non essere neppure presa sul serio. Il mondo è ritratto qui in tutta la sua opaca e squallida essenza, fatto di gesti abitudinari estremamente faticosi e ardui, di una prospettiva futura inesistente e di una qualità di vita agli infimi livelli della scala sociale. Perché, come affermato dal regista stesso, attraverso il continuo ripetersi e dipanarsi degli eventi della giornata egli vuole rafforzare il concetto, ormai dimenticato dalla società odierna, dell’estrema asprezza e sofferenza di quella normalità che, apparentemente data per scontata, risulta ad uno sguardo più attento l’infinito ripresentarsi di una mancanza di volontà e di una situazione di universale impotenza che è il fulcro della vita di ogni essere umano; perché i rituali giornalieri della giovane figlia, nel vestire il padre e nel dargli da mangiare, nel prendere l’acqua dal pozzo e nell’accudire il cavallo, proprio questo significano: la condanna eterna di una razza che altro non può sperare se non la dannazione del proprio io abitudinario.

E in questo senso Tarr dà prova del suo messaggio nichilista in maniera persino più pratica e lampante: nel bel mezzo del film notiamo infatti la visita di un amico di famiglia al vetturino e il monologo dello stesso riguardo alla decadenza della città circostante, alla generale perdita di valori e al progressivo impoverimento della gente. Tutto per quest’ultimo è rovina e in contemporanea perdita di valore e di senso. E in una simile realtà, scandita dal turbinio costante del vento, dalla muta sofferenza dei protagonisti e dalla stoltezza del comportamento umano, si viene a creare una sopravvivenza, dove proprio a causa dell’uomo e della natura il mondo è in disfacimento, e le ultime sequenze del film sono chiare a questo senso. L’arrivo improvviso di un gruppo di stranieri che insidiano la giovane per essere poi cacciati via con rabbia dal padre sono solo lo scorcio di una luce, di una nuova esistenza, che di fatto risulta come un miraggio di oasi in mezzo al deserto. L’oscurità tiranneggia la vita come un’entità incomprensibilmente presente, che diventa strazio ontologico nel momento stesso in cui il dramma capiamo essere immanente alla situazione ripresa, alla vita stessa. Le sei giornate riprese, nel loro ciclico, discendente e sempre più breve riproporsi, sottolineano la fatica, la miseria, la dilagante angoscia dell’individuo, annichilito e privato di speranza, dove ogni fattore esterno, ogni condizione di vita sine qua non cessa di esistere: questo solo in virtù del fatto che vivere diventa inutile, la città, come specificato durante l’opera, è stata inghiottita dalle tenebre, il cavallo si rifiuta di mangiare come vessato da un’entità più grande, la brace smette di ardere, la luce si spegne, l’acqua del pozzo si estingue. Le tenebre hanno vinto, Dio è morto, l’apocalisse ha preso il posto della crisi, perché così deve essere, così è sancito il destino dell’uomo.

I lunghi piani-sequenza, il cambio di prospettiva all’interno delle medesime, riproposte, azioni, le riprese lentissime ma in costante movimento, l’attenzione mai focalizzata ma sempre come un occhio che scruta e analizza, in alternanza tra personaggi e ambientazione, e ancora l’unica musica in ripetizione in vari momenti e lo snervante rispetto dei tempi normali di esecuzione, tutto questo dà l’impressione di una realtà penosamente vicina e sofferta, di una verità tragicamente visibile, e di una sostanziale mancanza di significato quasi grottesca. L’occhio scrutatore di Tarr si insinua nel profondo della natura umana chiedendosi come mai essa sia così insensata e inutile, e ponendo in pesante critica anche la concezione religiosa della vita, denigrando Dio e ogni altra forma di divinità esistente come inconsistente e vana al pari dell’uomo stesso. Dunque un film universale, conclusivo in tutta la sua sinossi; un’opera che rimane scolpita nella mente grazia alla sua potenza espressiva, un ritratto di umanità che investe lo spettatore in tutta l’angosciosa disperazione che trasmette. Il miglior testamento del più grande regista vivente.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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2 risposte a Il Cavallo di Torino

  1. Un’opera immortale che lascia incredibilmente estasiati, recensione che riesce davvero a riassumere perfettamente la poetica di Tarr. Ma a parere vostro la storia di Nietzsche che introduce la pellicola quali fini può avere con il resto che viene poi mostrato e con gli intenti contenutistici del film?

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