Oldboy

Oldeuboi (2003) – Park Chan-wook / Corea del Sud

Il thriller asiatico per antonomasia, un film congegnato talmente bene da scorrere veloce e collaudato come gli ingranaggi di una macchina. Tanto c’è da dire su questo secondo capitolo della trilogia della vendetta, iniziata dall’autore l’anno prima con ‘Mr. Vendetta’ e conclusasi nel 2005 con ‘Lady Vendetta’, ma certo è che si tratta di un film che sotto una finta maschera di giallo e azione nasconde tanta passione e contenuto da lasciare stupito lo spettatore inconsapevole come quello più esperto: mai Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes fu così azzeccato.

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Ma procediamo con la trama: Dae-su, dubbio padre di famiglia, dopo l’ennesima sbornia finita con una nottata in centrale, viene inspiegabilmente rapito e imprigionato in una remota stanzetta per quindici anni. La sua sete di vendetta aumenterà a dismisura ma, quando il suo rapitore lo libererà inspiegabilmente e inizierà a seguirlo e tormentarlo verrà a galla il vero scopo del misterioso personaggio: vendetta. Il tutto risalente ai remoti anni scolastici e alla morte della sorella dell’uomo. Inizia la sfida.

Se guardando iniziare l’opera parrebbe di averla già inquadrata, minuto dopo minuto lo spettatore si rende sempre più conto di quanto la storia cambi e si modelli a suon di colpi di scena e mirabili sequenze mozzafiato, costruite con una sagacia e un’intelligenza impareggiabili. Fino all’ultima inquadratura non vi sono certezze, non vi sono dati di fatto. La verità faticherà molto a venire a galla, e una volta scoperta i due antagonisti lotteranno ancora più aspramente di prima, chi per salvare quanto poco gli resta nella vita, chi per pareggiare i conti di un vecchio torto subito in passato. Uno dei grandi pregi della pellicola è sicuramente quello di saper dosare con cura e con una tecnica straordinaria il giusto numero di scene di azione presenti, che pur in loro parte sono necessarie ad un simile tipo di film. Inoltre, a differenza di altri gialli orientali del periodo, come l’affatto riuscito ‘The Chaser’, il seguente riesce a calibrare alla perfezione lotta, azione, contenuti e sentimenti senza cadere nel banale o nel già visto grazie alla presenza di un vero e proprio autore quale Chan-wook, che riesce a dare una tinta e un vero e proprio stile alla storia tramite inquadrature sempre differenti e azzeccate, riprese originali e perfette, una musica straordinaria, a tratti malinconica a tratti riflessiva e ancora a tratti movimentata, e infine tramite una sceneggiatura che ha del magico e dell’impossibile per tutta la sua complessa e articolata sagacia. I personaggi sono creati con una precisione e una cura davvero sproporzionate e perfette, e a rinforzare ciò le interpretazioni degli attori sono davvero sopra le righe, primo tra tutti Choi Min-Sik, l’interprete di Dae-su. Ma fuori da ogni dubbio la principale attrattiva e pregio del film è la superba capacità dell’autore di riuscire a creare un mondo che in tutta la sua realtà è mostruosamente umano quanto surreale. L’inserimento di scene e di azioni-reazioni volutamente ingigantite è calibrato e funzionalmente riuscito: come quando il protagonista massacra un’infinità di uomini a colpi di martello uno dopo l’altro, o come quando lo si guarda divorare un polipo vivo a morsi, per poi svenire sopra al bancone. Ma in tutta la sua brutalità ‘Oldboy’ è anche pieno di sentimenti e di passione. Le due vicende amorose infatti sono caricate di un’importanza e di un’intensità davvero uniche e creano un’atmosfera ineguagliabile e particolare, dove vittima e assassino vengono entrambi e contemporaneamente tanto umanizzati quanto degenerati:entrambi si fanno trasportare per tutto il corso della vicenda dai loro sentimenti e dai loro rancori ed entrambi sono i primi responsabili di quello che sarà il loro epilogo, primo su tutti lo stesso rapitore, conscio egli stesso delle molteplici mostruosità commesse.

Tecnicamente, come già accennato, la resa del film è fortemente articolata e complessa, passando da lunghi piani sequenza a scene flemmatiche e forti in tutta la loro lunga e muta espressività, o ancora con riprese prima distaccate e appositamente ferme e poi di colpo ravvicinate e in continuo movimento, come quella del dell’incontro-scontro finale, volte a creare uno sconvolgimento e una confusione di campi volutamente strana e movimentata, atta a paralizzare e stupire lo spettatore, e riuscendoci pienamente. Ma molti altri ancora sono i grandi pregi dell’opera: la perfetta fusione tra le vicende dei personaggi e la musica crea un’immedesimazione unica e irripetibile; l’accostamento delle scene di sesso e quelle di violenza è morbida e intensa e non sconvolge ma bensì intriga; il continuo ribaltamento di verità e di illusioni non è, come spesso accade nei thriller, occasionale e slegato, ma perfetto e coerente ad un grande, unico scenario finale che lo spettatore capirà solo verso la conclusione; l’intera vicenda in tutta la sua resa cruda e brutale, come l’imprigionamento iniziale di Dae-su, nasconde una realtà purtroppo estremamente credibile e realistica.

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Voto: ★★★/★★★★★

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