House

Hausu (1977) – Nobuhiko Obayashi / Giappone

Al suo debutto sul grande schermo il regista nipponico di nicchia realizza contro ogni aspettativa un film estremamente originale e ben fatto, una graffiante quanto disturbante satira verso il cinema hollywoodiano che lascia esterrefatti per tutta la sua potenza espressiva. L’universo dell’autore è davvero agghiacciante in tutta la sua spietatezza morale e stilistica.

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La storia narra di una ragazza che, offesa dal secondo matrimonio del padre, fugge in vacanza con delle amiche nella casa della zia. Se non che, essa si scoprirà essere una spietata strega in attesa dell’antico fidanzato, e una volta entrate nella dimora stregata, le ragazze non avranno più scampo.

È davvero strabiliante la capacità dei cineasti giapponesi di sapersi continuamente reinventare e di saper creare ognuno di loro un proprio stile totalmente personale e diverso dagli altri. E Obayashi non è da meno. Questo ‘House’ è un film disturbante, è una commedia horror che reinventa un modo di fare cinema simile a quello del Lynch di ‘Eraserhead’ o dei futuri Tsukamoto e Miike, ma probabilmente in maniera ancora più particolare. Se la prima parte dell’opera è lineare e pacata, puntando insomma a creare le basi della vicenda, anche durante questo primo lasso di tempo si avverte subito un tono registico fortemente satirico e sprezzante della critica. La musica, che qui si dimostra quasi un attore in tutta la sua importanza, è appunto il principale fattore di scherno e con la sua andatura gaia e dolce punta a beffare lo spettatore fin dal primo momento. Quasi ogni gesto, frase ed espressione dei personaggi è rivolta alla cinepresa e raffigura un grande, derisorio sorriso, come d’altronde viene confermato da ogni movimento registico e sequenza. Con l’avanzare del tempo poi ci si addentra in un vero e proprio circo grottesco e stomachevole, con parti del corpo volanti, oceani di sangue, oggetti animati, gatti malefici, improvvise e continue trasformazioni, e tanto altro;si nota insomma sempre di più quanto la pellicola tenda ad un surrealismo estremo e allucinatorio, dove personaggi e trama scompaiono del tutto lasciando spazio ad un unico, terrificante incubo baldanzoso, che ad elementi mostruosi mischia l’atmosfera costantemente ironica e sardonica del regista.

Un cinema di netta protesta, un approccio filmico fuori dagli schemi che si esprime tramite assurdità ed effetti visivi volutamente ridicoli e stilizzati, un intento meramente ludico e sprezzante, di denuncia, che non tralascia mai l’impianto formale.

Il lato tecnico infatti è davvero curato e seguito da vicino: quelli che, come sopra accennato, a prima vista possono sembrare effetti speciali banalmente orribili (si veda ogni magia della strega, come la sequenza del pianoforte divoratore o del gatto assatanato) sono infatti tecniche volute e con il solo scopo di scandalizzare e far ridere contemporaneamente (o almeno una delle due). La regia poi è altrettanto altalenante e ironica, e usufruisce frequentemente di varie tecniche filmiche, come dolly e primi piani, mettendo in mostra la consapevolezza di un’abilità di regia che viene messa al completo servizio della derisione totale dei canoni filmici americani (illuminanti a questo senso le scene iniziali delle ragazze nel bosco, l’uso appositamente stridente della musica, la riproduzione stilizzata del nucleo familiare). Ogni sequenza in definitiva, in tutta la sua bizzarria e straordinaria particolarità, rimane imperdibile e feroce: una grande festa di colori, immagini e magie in continuo susseguirsi.

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Voto: ★★★/★★★★★

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