A Snake of June

Rokugatsu no hebi (2002) – Shinya Tsukamoto / Giappone

Dopo classici come ‘Tetsuo’ e ‘Tokyo Fist’ il visionario cineasta giapponese torna con una visione disturbante e controversa della società che, attraverso il topos caro all’autore della perversione corporale, mostra una realtà al limite del sopportabile, a tinte fosche e notturne, dove la perversione diventa un modo di essere e di affrontare la realtà. Ritornando inoltre sulla scia dei precedenti maestri del genere (pensiamo al Wakamatsu di ‘Su su per la seconda volta vergine’), l’autore costruisce mondo solo in parte grottesco, quanto di fatto graffiante proprio perché umano e reale.

Rinko, assistente psichiatrica telefonica, sposata ad un uomo più vecchio, un giorno aiuta un uomo salvandolo dal suicidio. Da quel momento l’uomo sfrutterà la segreta perversione sessuale della donna per liberarla dai propri limiti, ristabilire il suo rapporto coniugale, e ricambiarla del favore ricevuto, in una serie di pratiche sessuali spinte e sfrenate che porteranno i due in grande empatia.

Le storie del regista nipponico si sa, non sono mai il fulcro dei suoi film, bensì il mezzo attraverso il quale egli, come ogni grande cineasta, riesce a portare sullo schermo la propria visione di cinema e di mondo. E dall’alto di tutta la sua inconfondibile abilità Tsukamoto ci mostra, con questa sua opera utopista e allucinante, un universo dettato dalle sensazioni e dagli stimoli corporali, dove l’imminenza di una liberazione sregolata del proprio io diviene lo stimolo per rigenerare la propria vita e dettarsi un’esistenza regolare e regolata. La protagonista, sebbene all’inizio avverta per forza di cose la costrizione del suo misterioso ricattatore-salvatore come un influsso negativo ed erroneo, sta sempre alle regole dell’uomo, intraprendendo pratiche morbose e sfrenate (si veda la masturbazione col vibratore comandata a distanza nel bagno pubblico o la sfilata per la città in minigonna cortissima); ma col passare del tempo perfino lei si accorge dello scopo di tutto ciò e attraverso tali azioni riesce a staccarsi da quel freno, da quel limite che essa stessa si era imposta su di sé, riuscendo a risaldare il proprio matrimonio e a vivere meglio le proprie pulsioni sessuali. Se è vero che tali scene, tali fatti, possono sembrare esagerati e innaturali, il regista ci mostra come suo solito il lato profondamente realistico e umano di tali azioni, lasciando allo spettatore lo scontro ideale tra la sfrenatezza di quanto mostrato e la veridicità di quest’ultimo paragonato alla realtà. Il cinema di Tsukamoto sfrutta ed evidenzia il lato più grottesco e celato dell’animo umano ma lo spettatore intuisce subito che quanto visto non è fine a se stesso: lo stile disturbante e malato dell’autore risulta efficace perché applicato ad ambiti veritieri e sensati, in perfetta armonia con la realtà, e non volutamente e insensatamente mostruosi, volti quindi alla mera dimostrazione orribile. Perfino la figura del ricattatore malato terminale ha in sé dell’umano: egli può sembrare malvagio solo ad uno sguardo superficiale, ma in realtà è una vittima della propria malattia, un uomo condannato e riconoscente verso colei che lo ha salvato.

Ma chiaramente l’analisi della storia non è che l’inizio delle opere tsukamotiane: il vero gioiello di esse è lo stile col quale vengono rappresentate. Primo su tutti la sapienza con la quale viene costruita l’atmosfera: la fotografia, un bianco e nero portato a blu(in quanto il colore dell’acqua, elemento sempre presente nelle opere del regista), rende il clima estremamente surreale e suggestivo, dando l’idea di un mondo parallelo e surreale. Le scene grottesche sono frequenti e vengono incastonate all’interno della vicenda come proseguimento naturale della storia: di base esse rappresentano esagerazioni visive, simili a incubi, nel quale ciò che si vede risulta l’interpretazione mostruosamente alterata del messaggio di base del film. A questo riguardo celebre la scena dei numerosi uomini con un tubo ingrandente sul viso, intenti a fissare la donna durante un suo incubo, o la famosissima sequenza sotto la pioggia, dove la protagonista viene ripresa e fotografata durante un amplesso sessuale dal ricattatore e fissata dal marito, anche lui intento a masturbarsi.

La regia è grandiosa e, con l’aiuto degli altri elementi tecnici del film, di riprese lunghe e sempre incentrate sulla donna, e delle inquadrature sempre differenti e alternate a scatti, conferisce al film un’aura di magnetismo e di grottesco davvero forti. Come in tutti i film ritorna poi il tema del disturbo mentale e del corpo come specchio dell’anima e della psiche. Se infatti in ‘Tetsuo’ esso è legato al cyberpunk, in ‘Nightmare Detective’ alle paure più intime e al riflesso degli incubi sul corpo stesso e in ‘Kotoko’ allo stress personale e al suo catapultarsi inevitabile sulla lesione corporale, qui esso viene unito indissolubilmente con l’idea del sesso e di come viverlo nella realtà. Grandioso quanto illuminante è poi il fatto che lo stesso Tsukamoto diriga e curi quasi tutti gli aspetti dei suoi film, a partire dalla regia e dall’interpretazione, continuando con sceneggiatura, produzione, fotografia ecc. Ciò difatti dimostra l’idea tutta personale del regista, volta a fare del cinema in maniera totalmente slegata dal resto di esso e noncurante della tendenza generale dei cineasti suoi contemporanei, creando perciò uno stile personale e artisticamente pregevole solo per il fatto di essere unico.

Film quindi quelli di Tsukamoto dove lo scontro reale-irreale è la costante metafora di una parabola e di una malattia che riportano al fulcro dell’animo umano, al nocciolo della questione uomo all’interno di un mondo; dove il corpo è il costante mezzo di espressione dell’essere, è il principale canale di sfogo di esso, subordinando perciò tutto il resto, come le azioni e le parole, a se stesso, perché surrealmente e grottescamente l’autore riesce a penetrare meglio nell’immaginario dello spettatore. Come dimenticare il finale dell’opera, le scene chiave di essa, come quella dell’orgasmo della protagonista sotto la pioggia, così capaci di mescolare all’esagerazione del fatto una carica poetica innegabile che permea l’intero film: il costante cadere dell’acqua nella tinta bluastra della fotografia, una sequenza rallentata e accompagnata musicalmente, una ripresa da tre punti di vista differenti che in tutta la sua muta osservazione parla da sola. Un film assolutamente unico, l’apice stilistico del regista, una perla del cinema giapponese del nuovo millennio.

Voto: ★★★★/★★★★★

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