Schindler’s List

Schindler’s list (1993) – Steven Spielberg / USA 

La storia segue le classiche vicende del periodo di piena Seconda Guerra Mondiale attraverso le azioni di Oskar Schindler, un industriale tedesco che, inseritosi astutamente nell’alta burocrazia del Reich, riesce a farsi assegnare per le sue fabbriche, dapprima cento, finendo con un ammontare di quasi milleduecento ebrei, riuscendo a salvarli tutti dallo sterminio nazista.

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Se dal ’45 in poi il tema olocausto è stato trasposto su pellicola innumerevoli volte e da innumerevoli punti di vista, con la suddetta pellicola Spielberg, soprattutto visto il periodo avanzato per inscenare tale argomento, si è trovato costretto a dare una piega tutta personale all’opera, dando perciò al suo film una tonalità completamente e pesantemente realistica quanto riassuntiva. Egli infatti si pone nei confronti di tale argomento come un poeta, dando un tocco di originalità e di demistificazione davvero geniali. Nonostante infatti si noti una rappresentazione non pienamente dettagliata ed un’attenzione contenuta nei confronti delle rappresentazioni essenziali del tema, come i lager e i nazisti nella loro spregevole natura, il tutto risulta ugualmente credibile e anzi davvero coinvolgente. In tutto il loro grigiore le ciminiere, i casotti, visti spesso dal balcone dello spregevole capitano nazista Amon Goeth mentre gioca al tiro a segno sui prigionieri, sprigionano un’angoscia e una tristezza senza pari.

Lo sfondo storico è reso dunque con estrema veridicità anche se come già detto ciò non risulti ampiamente confermato dall’attenzione conferitagli. Più che altro risulta centrale la figura di Schindler, uomo dal carattere e dai modi quantomai tedeschi ed adatti alle circostanze dell’epoca, soprattutto nell’inizio. Il suo cambiamento si nota poco e lentamente, fino alla splendida conclusione, dove l’uomo si accascerà a terra piangente, dispiaciuto di averne potuti salvare così pochi, e confortato dagli stessi ebrei da lui ridati alla vita. Memorabile inoltre l’introduzione nella pellicola della bambina in rosso, unica, voluta tinta di colore in una pellicola in bianco e nero che perciò acuisce il contrasto tra la purezza della giovane e il tragico contesto storico. Essa verrà vista in due occasioni, nonchè sequenze magnifiche: nella prima mentre scamperà ad una rastrellata tedesca, la seconda mentre lo stesso Schindler la noterà tra i corpi esanimi accatastati dentro il lager tedesco. La speranza del rosso della sua giubbetta è un simbolo immortale e indimenticabile di un’umanità feroce e spietata verso se stessa, di una gioventù distrutta dall’odio, di un continente raso al suolo dalla follia umana.

Tecnicamente il film è davvero maestoso, e non c’è da stupirsi che un’opera simile abbia sbancato agli Oscar con ben sette statuette, soprattutto visto lo scarso livello del premio. La regia di Spielberg è davvero sublime e punta ad una resa ampiamente suggestiva e a tratti documentaristica del tutto, come se le azioni e i dialoghi, in apparente contrasto con tale visione, vengano incastonati a forza dentro un saggio storico ineccepibile, come vera e tangibile testimonianza di quanto accaduto. Frequenti i primi piani e le sequenze lente e contemplative, volte appunto a far riflettere lo spettatore e lasciarlo sgomento per ciò che vede nell’ambiente, e non per ciò che sente o nota nella pura brutalità dei fatti. Stranamente infatti, a differenza di tutti gli altri film sull’olocausto, qui non vengono mai mostrate torture o comunque scene brutali; la camera a gas non è mai mostrata, così come le condizioni particolareggiate dei prigionieri. Il bianco e nero è fulgido e ampiamente funzionale allo scopo della pellicola, quasi imperativo addirittura, visto il racconto trattato e quindi la sua entità prettamente storica e memoriale.

Tuttavia, come sempre nell’universo spielberghiano, i film soffrono troppo dei canoni hollywoodiani, puntano costantemente ad una resa riassuntiva, stereotipata ed annacquante, mitigatrice delle vicende. ‘Schindler’s list’ in questo non fa eccezione, essendo anch’esso figlio di una logica del prodotto deviante.

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Voto: ★★★/★★★★★

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