Mystic River

Mystic River (2003) – Clint Eastwood / USA

L’ormai rodato e osannato regista americano torna nel suo appuntamento ormai annuale con una storia potente, di grande impatto emotivo e ben orchestrata dove, in una delle prime volte nella quale non si auto-dirige, riesce comunque a stuzzicare ed appassionare il grande pubblico, confezionando anzi quella che è sicuramente una delle sue opere più riuscite.

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La trama è la seguente: intorno alle vicende di tre personaggi, visti prima da bambini attraverso un flashback iniziale, e nella storia in corso oramai adulti, si aggira un misterioso delitto, la morte dell’unica figlia di uno dei tre. Quando però ogni strada sembra portare all’altro dei tre compagni, il più problematico e controverso del gruppo, vittima di un antico trauma, il padre della povera vittima indagherà per averne la certezza assoluta, e una volta terminati i controlli prenderà una tragica iniziativa. Il terzo dei tre amici, il poliziotto che indagava sul caso, troverà il bandolo della matassa, ma troppo tardi.

Intorno ad una vicenda come questa, che altro non è che un intricato giallo, quasi un poliziesco, il regista riesce a destreggiarsi con estrema abilità, evitando sagacemente i riti e gli stereotipi del genere. Non noteremo mai infatti durante la pellicola continui colpi di scena, sparatorie o inseguimenti, così come non noteremo la tipica atmosfera di suspance. Piuttosto il film è creato in modo da dare particolare rilievo alle sensazioni e agli stati d’animo dei personaggi, in particolare il padre e l’accusato.

Ciò che è veramente l’aspetto preponderante, quello più significativo della pellicola è sicuramente il profilo tecnico. Qui Eastwood ci regala una delle sue direzioni più brillanti. E’ proprio la regia infatti il valore aggiunto del film. Essa riprende con estrema abilità i protagonisti, rende brillante e funzionale al tutto l’atmosfera attraverso musiche azzeccate e perfettamente in sintonia, frequenti carrellate, piani sequenza e sbalzi temporali, come quello iniziale, che non venendo preannunciato desta maggiormente la curiosità dello spettatore attento. Inoltre attraverso continui rimandi al tragico antefatto del film (il trauma del sospettato,in passato rapito e stuprato, e poi scampato per miracolo al peggio) e al rapporto tra i tre uomini, il tutto appare davvero coinvolgente; infatti sono proprio i tre personaggi il fulcro del film, essi ed il rapporto che li unisce. In aggiunta i dialoghi sono pochi ma sempre incisivi, l’atmosfera non si permette nemmeno una distrazione o una nota simpatica e perciò rilassante, tenendo i nervi sempre tesi e in costante apprensione. Insomma, nel seguente film giocano tutta una serie di fattori che come in un puzzle si vanno ad incastonare l’uno con l’altro per creare un’opera davvero riuscita.

Dasottolineare il contributo artistico che il cast dà al film. A partire dagli interpreti minori, come Marcia Gay Harden, Kevin Bacon, Laura Linney e Laurence Fishburne, finendo poi coi due grandi valori aggiunti Tim Robbins e Sean Penn (entrambi premiati dall’Academy per le loro interpretazioni): se infatti da un attore come Sean Penn altro non ci si poteva aspettare dato il suo straordinario talento, che lo rende tutt’ora uno dei migliori attori di sempre, sorprendente è la prova di Robbins, che qui si cala per la prima volta in un ruolo totalmente drammatico dimostrandosi addirittura più incisivo del suo collega Penn. Durante il film infatti Eastwood concede un occhio di riguardo alla figura dell’attore di ‘Mister Hula Hoop’, mettendo quasi sempre in primo piano il gioco di fraintendimenti che è legato al suo ruolo, e rendendo perciò la sua interpretazione ancora più complessa e sfaccettata. Poche volte nella storia del cinema si era visto un cast così brillante e in sintonia con se stesso, con la trama e il regista.

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Voto: ★★★/★★★★★

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