Hors Satan

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Hors Satan (2011) – Bruno Dumont / Francia

Oltre quelle verdi pianure, in quella valle abbandonata, si annida il Demonio. L’odio che cova verso il genere umano infetta le anime come un virus purulento. Oltre quelle verdi pianure non c’è salvezza se non per mezzo del Demonio stesso e delle sue parole: “Hors Satan”. Oscuro, perverso, quasi incodificabile. Un film che fa del cripticismo la propria filosofia. Più che svelarsi infatti questo Hors Satan si chiude in sé sempre più rivelando l’insensatezza di fondo di un limite, di una barriera che divida Male e Bene così come giusto e sbagliato. Dumont crea qui un’opera tanto grande da risultare, almeno in questa sede, fin troppo ardua per essere compresa ed apprezzata fino in fondo. Azzardo decisivo quello di voler tornare sul tema già affrontato in precedenza, ovvero il rapporto fede-malvagità, e proiettarlo su di uno scenario quasi apocalittico.

Il protagonista Le Gars, assieme ad una ragazza, la sua giovane compagna, vive come un’asceta tra le colline di Pas-de-Calais, investitosi del compito di sradicare il maligno dalle persone, in quanto sembra che esso si annidi da tempo in quei luoghi. Attraverso strani riti e lunghe passeggiate, egli vaga per il luogo in lotta continua con l’oscurità. Ad intersecarsi con tutto ciò, lo strano omicidio da egli commesso per liberare la sua amante dal pericoloso patrigno e le conseguenti indagini delle autorità perpetuate nella zona.

Se con il precedente “Flandres” Dumont provava ad analizzare  la condizione umana attraverso la guerra e la pazzia qui ritorna su quest’ultima, vista da lui come follia recessiva ma sempre presente nell’essere umano, dandole però una causa ed un motivo di sussistenza, di esistenza in sé per sé: il Male. Esso è il vero nucleo tematico dell’opera: il Male e come esso agisce nella quotidianità della vita, entrando a far parte di essa, mescolandocisi e mascherandosi sotto all’apparenza fisica, il tutto in contemporanea. In contrapposizione ci viene però accostata la figura del salvatore, il protagonista, che in tutta questa concezione di umanità funge quasi da deus ex machina, da vagabondo che oppone la sua natura mistica, selvaggia e dalle leggi spietate al potere malvagio del demone annidatosi in quei posti pressoché deserti. Certo risulta peculiare ed interessante, di difficile comprensione quest’accostamento dell’entità teoricamente buona dell’uomo con le sue azioni in realtà assassine, crudeli e comunque senza morale, quasi frutto di una natura ancestrale, legata all’antichità, come il male stesso. Un ritorno alle origini che perciò stupisce in tutta la sua crudezza e che sicuramente fa riflettere.

Tecnicamente la regia è lenta e i dialoghi sono ridotti al minimo, creando un’atmosfera di riflessione, quasi un’immersione in uno scenario panico, ma in fin dei conti si nota uno stile forte e di grande impatto, che si rifà pienamente ai canoni stilistici di autori come Serra, Reygadas e Alonso, approvando quella che ormai è la linea stilistica del regista. Quello che dovrebbe essere il tema preponderante del film, o comunque il messaggio di esso (e perciò il fulcro di tutto, ciò che lo fa esistere e gli dà senso), dunque la lotta dell’uomo col male ed il suo rapporto con esso, nella quasi totalità del film si riduce ad una sequenza di pochi minuti, inserita verso il termine e come sempre durante l’opera, decontestualizzata e perciò priva di senso in quel momento e in quel mentre. La figura della ragazza non convince del tutto, non perlomeno come in opere del calibro del precedente, straordinario “Hadewijch”. Lo stile direttivo davvero convincente e suggestivo, così come i grandi intenti del regista, va a scontrarsi inevitabilmente con un’apparente sconclusionatezza generale che probabilmente avrebbe abbisognato di maggiori spiegazioni. Dubbi forse illegittimi e non del tutto giustificabili che però nel complesso non svalutano il giudizio comunque positivo dell’opera.

Le Gars è il male, Le Gars è il bene: oppure, semplicemente, la proiezione di un uomo, orribilmente imperfetto eppur corroso dal desiderio di aiutare. A suo modo, con i propri mezzi, corroso come lo era la giovane protagonista del già citato film, incapace di rinunciare a Dio ma perseguitata dallo stesso. Non vi sono risposte quanto semmai dilemmi insolubili ed è proprio questo che forse affascina maggiormente in Hors Satan, ovvero quel suo privarci di un cammino prestabilito facendoci errare confusi sulla via del dubbio. Qual’è il male? perchè la morte? dov’è la vita? Un film monumentale, come già detto forse fin troppo per non destare, soprattutto in quanto a intenti e loro messa in atto, qualche dubbio in più, per quanto questo sia in gran parte voluto e non sempre una pecca. Dumont torna sia visivamente che autorialmente ai livelli di Hadewijch confezionando un lavoro straordinario il cui giudizio in questa sede rimane non del tutto convincente e sicuramente non definitivo.

Voto: ★★★/★★★★★

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Una risposta a Hors Satan

  1. Star ha detto:

    Your cranium must be prttecoing some very valuable brains.

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