From What Is Before

Mula sa kung ano ang noon (2014) – Lav Diaz / Filippine

È il 1972 e siamo nelle Filippine in pieno governo Marcos. L’ambientazione è ricoperta di un velo tetro e disperato, ci vengono mostrate le vicende delle persone più emarginate viventi in un villaggio remoto la cui località non è ben definita. Dalla figura di una ragazza cerebrolesa a quella di un prete inerte, passando per quella di una ladra che scopriremo poi essere una spia del regime.

In 330 minuti e oltre, si capisce quanto questo lavoro segni in un certo senso la svolta nella filmografia del regista, e ciò è dovuto non solo alla durata, in questo caso notevolmente al di sotto della media, ma anche al tentativo di sviluppare tematiche di grande fragilità e spessore sociale con una verve unica. L’ottimo lavoro attuato in fase di sceneggiatura – merito che assieme a fotografia e montaggio va allo stesso Diaz – è più che mai palese, geniale nel progressivo scioglimento dei diversi episodi (la cui chiave di lettura verrà fornita solo in conclusione); ciononostante il film non nega l’impronta da sempre conferita ai personaggi dell’autore: essi incarnano il dolore proprio del loro paese, tanto da renderlo universale. La natura, che vediamo essere protagonista del film tanto quanto i personaggi stessi, si fa espressione dell’animo umano: attraverso ogni sua mutazione essa palesa lo stato interiore dell’umanità, lo si nota per esempio nella scena dove la madre di Joselina, che capiamo avere appena messo fine alle sofferenze della figlia, una volta caricata questa sulle sue spalle e posta sul ciglio di una roccia prominente, si abbandona al mare quanto mai burrascoso.

“Questa è la storia di un cataclisma. Questa è la storia del mio paese” è la dichiarazione pronunciata da Lav Diaz che sentiamo poco prima dell’epilogo. Da qui capiamo il proposito del regista di non volere semplicemente rappresentare i disagi di una dittatura, né di volersi attenere ad una realtà del passato solamente per farne un quadro analitico e quindi un film storico: emerge piuttosto l’intenzione di voler rievocare le pene di un popolo che non ha saputo affrontare quel momento storico, né ha saputo rialzarsi dalla miseria, ma solamente fuggire dalla propria terra (a tale proposito è efficace il dialogo che vediamo verso la fine tra due delle ultime persone rimaste nel villaggio). Ecco che si spiega l’inserimento del fattore storico, ovvero la promulgazione della legge marziale, solamente sui tre quarti del film; si capisce dunque che la rappresentazione storica è riposta unicamente come contorno della vicenda ed ha poca importanza rispetto a quello che è realmente il tema centrale. Qui Diaz risale alle radici di ciò che è il dolore, e tenta di riprodurre anche se in modo lieve ed appena accennato, la causa di questo: l’elemento realistico difatti che dapprima giocava un ruolo esclusivo in film come ‘Florentina Hubaldo’ o ‘Death in the land of encantos’ è qui accompagnato da quello storico nel quale comunque il regista non vuole soffermarsi, né indagare dettagliatamente sui suoi connotati, ma ricostruirlo quanto basta per dare una risposta alla sofferenza di base.

La macchina da presa, attraverso la sua staticità, tende a minimizzare il dialogo con una terza persona osservatrice prediligendo scenari strazianti e scomodi: le riprese sono infatti perennemente effettuate con campi lunghi e lunghissimi che slegano lo spettatore da ogni sorta di coinvolgimento emotivo. Il fattore lentezza è inoltre determinante per la visione dell’opera, in quanto è proprio tramite l’immobilità che Diaz come sempre sfianca lo spettatore, compreso il più preparato; sebbene all’interno dell’opera i dialoghi siano molto presenti e spesso determinanti alla comprensione degli eventi, l’estensione del film e la sua inerzia contribuiscono infatti involontariamente a renderlo poco accessibile, e questo nonostante tali attributi siano chiaramente emblema di un Cinema che persiste, di fronte alla standardizzazione globale, a cercare una soluzione nell’indipendenza economica.

Voto: ★★★★/★★★★★

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