Elephant

Elephant (2003) – Gus Van Sant / USA

Tornato da poco alle produzioni indipendenti, Gus Van Sant dirige nel 2003 quello che è considerato dalla critica il suo capolavoro; ‘Elephant’ è una straordinaria prova stilistica, Palma d’oro al miglior film e regista, qui Van Sant dimostra di sapersi adeguare ad ogni tipo di lavoro, compreso il più delicato e impegnativo. Il titolo si riferisce ad un detto che esprime una verità scomoda da accettare e quindi più facile da ignorare.

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Ispirato al massacro della Columbine High School il film segue vari episodi di vita scolastica nell’arco di una sola giornata; i personaggi che ci vengono meglio introdotti sono: John, un ragazzo del quale la regia si serve per cambiare punto di vista, che, nonostante sia la figura più presente nel film, non si può comunque considerare il protagonista poiché poco influente ai fini narrativi; vi sono poi le vicende di Michelle, una ragazza disadattata ed esclusa dalla vita sociale nella scuola, Elias, un ragazzo con la passione della fotografia, tre ragazze ordinariamente snob e convenzionali e infine Eric e Alex due ragazzi enigmatici che scopriremo poi essere i carnefici della strage finale.

Nonostante vengano ripresi gli episodi di vita quotidiana dalle prospettive di pochi personaggi, lo spettatore non riesce mai realmente ad immedesimarsi in alcuno di questi; ciò è dovuto in primo luogo alla regia, quanto mai originale e brillante, che, composta da piani sequenza lenti e piuttosto distaccati dai personaggi, non riesce mai a fondere lo spettatore con qualcuno di questi, nemmeno con il più presente, quale è John. In secondo luogo vi è poi la scelta voluta di evitare ogni sorta di approfondimento psicologico dei ragazzi: non si prova pena per la più infelice (Michelle) come non si prova gioia per il più appagato (Elias), ed è anche grazie questo che si deve la riuscita dell’opera.

Interessante è poi il modo in cui viene definita la struttura temporale del film: se inizialmente sembra che il tempo scorra in modo progressivo, notiamo con lo svilupparsi degli eventi che la linea del temporale è spezzata dal trasferimento del punto di vista, alcune scene infatti verranno visualizzate più volte seppur da diverse prospettive. Il tutto è voluto appositamente per garantire il distacco tra chi guarda e ciò che sta guardando, in questo modo nemmeno le scene più fredde e cruente parranno pesanti.

Ed è grazie a tutto ciò che viene a ricrearsi il vero valore aggiunto del film, ovvero la realizzazione straordinaria dell’atmosfera che ricopre ogni singola scena con un senso di vuotezza insistente, come si evince chiaramente nel finale in una ripresa della natura immobile e affascinante, la stessa che ritroviamo frequentemente all’interno dell’opera tra le varie sequenze che ci vengono riproposte. Una possibile interpretazione del film potrebbe vedere lo stile direttivo, nel suo minimalismo, funzionale unicamente ad una critica sociale, rivolta ad una generazione che non riesce ad appoggiarsi a valori consistenti: la fotografia per Elias, la moda per le tre ragazze e infine le armi per Eric e Alex. Ne emerge un ritratto gelido e sfiduciato della gioventù contemporanea, di un minimalismo penetrante che riesce a rendere vivo e palpabile il nulla che abita i personaggi: un film straordinario nella sua ordinarietà.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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