Dodes’ka-den

Dodesukaden (1970) – Akira Kurosawa / Giappone

Dopo cinque anni di inattività, il regista giapponese Akira Kurosawa approda ad uno dei suoi film chiave. ‘Dodes’ka-den’ infatti è un’opera che fa, degli stilemi tipici dell’autore, un saggio di impegno sociale, un mirabile dipinto volto a sottolineare con estro ed ironia il decadimento delle periferie del paese; non sfugge dunque il contrasto tra il fascino della resa estetica e la crudezza della realtà mostrata, accostamento in questo caso senz’altro riuscito.

Ambientato in una bidonville situata alla periferia di una metropoli giapponese, il film segue le vicende di vari personaggi che abitano il posto: dalla storia di un calzolaio alle prese con la rapina di un ladro, passando per quella di un clochard, padre adottivo di un bambino malato, fino a quella di un ragazzo che, sognante di avere un tram tutto suo, pronuncia continuamente i rumori che questo farebbe se fosse in movimento: ‘Dodes’ka-den’.

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Il tocco di magistrale creatività che Kurosawa dà all’opera si nota fin da subito nell’impiego dei colori: questa è infatti la prima opera del regista a non essere realizzata in bianco e nero e l’esordio nel campo è a dir poco superbo. Qui l’elemento cromatico pare studiato nel dettaglio e dotato di un’eccezionale rilevanza, ciò si evince non solo dai trucchi e costumi dei personaggi ma soprattutto dalle ambientazioni circostanti, tratteggiate con tonalità sgargianti nella loro “bellezza squallida”. Il contrasto che il regista riesce così a creare risulta un piacere visivo, nonché un’immensa prova artistica che Kurosawa esibisce ancora meglio nella messa in scena di varie sequenze oniriche, in particolare in quella dove un bambino malato s’immagina la sua dimora ideale con immagini che lasciano semplicemente estasiati, toccando probabilmente il picco più alto di questo lavoro nel quale il regista si fa quasi pittore.

Ma la maestosità di ‘Dodes’ka-den’ non è solamente dovuta all’impiego imponente quanto studiato dei colori, esso difatti va altresì attribuita a ciò che effettivamente la pellicola rappresenta, ovvero il ritratto di una società di disagiati che sogna una realtà intangibile per quanto fortemente desiderata e pur sapendo questa essere una mera illusione vi si abbandona, poiché non rimane altra via che quella abbracciante la fallacia. Tuttavia il film non punta alla semplice denuncia sociale delle condizioni dei reietti, i personaggi sono piuttosto caricature dell’umanità in tutte le sue sfaccettature, dalle più losche e meschine alle più virtuose e caritatevoli; AK decide di estraniarsi  da ogni sorta di critica sociale o politica in favore di una resa realistica delle vicende. Come sempre nel suo cinema nulla è implicito o quasi, conta solo ciò che si vede. Quello cui assistiamo è un quadro pietoso della sofferenza che capiamo qui essere spesso destinata a chi già dapprima era abbandonato dal mondo e che pare anzi destinato a ciò; sono proprio queste le persone per le quali il regista dimostra avere un occhio di riguardo. Vengono mostrate circostanze che nella loro opposizione trovano la vera armonia, senza dunque negarsi l’un l’altra: lo scontro vita-morte, bene-male, sogno-realtà sono costanti della pellicola.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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