Blow-up

Blow-up (1966) – Michelangelo Antonioni / UK

Conclusa con successo ormai da due anni la sua epopea sull’incomunicabilità, il cineasta italiano riparte qui da un soggetto dell’enigmatico scrittore argentino Julio Cortazar rimodellando e adattando la vicenda in chiave esistenziale. Sfruttando la cripticità del genere, Antonioni ripresenta infatti tutte le tematiche a lui care, deviando però dai binari seguiti in passato e puntando invece in favore di uno stile più sofisticato ed allegorico, che ricerca all’interno della materia umana le risposte alle sue domande.

Il titolo dell’opera deriva dall’azione di ingrandimento che il fotografo (il protagonista) compie per ingrandire un’immagine e metterne in risalto i suoi dettagli. La vicenda ruota infatti attorno a un fotografo londinese che, attraverso una foto scattata per diletto, nota i segni di un omicidio: da quel momento si prodigherà per risolvere il mistero.

Il filo della storia viene disseminato all’interno dell’opera creando un effetto a ventaglio che conduce lo spettatore alla ricerca di un significato, non tanto negli avvenimenti quanto soprattutto in ciò che si cela dietro di essi, nel grande messaggio riassuntivo sul quale si basa il film, in tutta la sua polivalenza. Come sempre, legato a filo doppio insieme alle tipiche tematiche dell’autore, si ripresenta il concetto dell’inconsistenza dell’amore come sentimento puro: esso è l’inutile tentativo dell’uomo, qui il nostro protagonista Thomas, di sfogare tutta la sua consapevolezza.

Interessante inoltre il gioco di verità-finzione, che in qualche modo permea del tutto ‘Blow-up’: esso gioca un ruolo fondamentale, proponendosi come il  concetto chiave dell’intera pellicola. Durante la caccia al colpevole intrapresa così audacemente dal protagonista, egli raccoglie vari indizi, come la foto del parco, il corpo esanime della vittima, ma tutto questo viene polverizzato e vanificato dallo stesso killer: la foto ed i negativi vengono fatti sparire dal misterioso omicida, il corpo pure, ed ogni dettaglio incriminante finisce per rimanere come l’illusione di una realtà così sfuggevole, impossibile da accettare. Lo scontro tra realtà e finzione diventa l’esistenziale lotta dell’uomo contro tutto ciò che lo circonda, contro la sua disperata e vana ricerca di un senso, contro quelle istituzioni che pretendono di fornire una risposta univoca. Ritrovandoci infine catatonici, sospesi in un limbo, increduli di fronte alla semplice fallacia del reale, vediamo ogni risposta ricadere nel vuoto, smaterializzarsi e, proprio come il corpo ritrovato nel parco, cessare di essere una scomoda rivelazione, indebito manifesto della vita stessa.

Voto: ★★★★/★★★★★

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