Holy Motors

Holy Motors (2012) – Leos Carax / Francia

Sulla scia di ‘Rosso sangue’ e ‘Gli amanti del Pont-Neuf’, Carax torna dopo diversi anni con un’opera di estrema originalità, un film che analizza il Cinema dall’interno risultandone un immenso omaggio; raramente prima d’allora, si era visto un lavoro tanto disposto a indagare sulla propria origine, un prodotto tanto fresco e anomalo da rivelare nel complesso una struttura (anti)narrativa quasi a sé stante. Nel corso della pellicola il protagonista (interpretato da Denis Lavant, come di consueto nell’emisfero caraxiano) veste i panni di svariati personaggi, dal business-man al killer metropolitano, passando per il padre di famiglia: il tutto viaggiando all’interno di una limousine, guidato per le vie parigine da una misteriosa signora.

Questo vagare di situazione in situazione, immergendosi ogni volta in una nuova vicenda, si mostra ben presto metafora dell’attività cinematografica, l’arte della finzione. Le molteplici personalità di Oscar (Denis Lavant) qui non si limitano a ritrarre la settima arte, il regista infatti riflette anche sul tema della crisi d’identità: il protagonista è contemporaneamente tutti e nessuno, lo spettatore stesso nel corso della visione viene interrogato a riguardo, e varie scene come quella dove appaiono due Oscar o la stessa dove è presente Michel Piccoli esplicitano il concetto. Un’interrogazione che parte perciò da un’idea assolutamente nuova, volta a reinventare un approccio (nei confronti dell’Arte stessa) interattivo, basato sul sottile, tragico divenire parte del progetto, ingranaggio consapevole di un mutamento: ‘Holy Motors’ è la catarsi stessa del Cinema, è la purificazione di un corpo, la riscoperta di un fondamento e la comprensione di un fallimento.

Nonostante l’opera possa a tratti sembrare eccessivamente enigmatica e chiusa in se stessa, la sua analisi porta a tutt’altra conclusione: qui il regista vuole più che mai scuotere il pubblico e deviarlo dall’apparente indifferenza che riserba nei confronti della visione; la scena iniziale si rivela infatti chiave: come Carax riesce a penetrare dalla sua camera da letto ad una sala cinematografica così ‘Holy Motors’ convince nel simulare l’azione svolta dalla settima arte per risvegliare una folla che è come quella presente in sala, dormiente. Ed è proprio specchiando la propria attività che il regista si prefigge di destare interesse nello spettatore, sempre meno alla ricerca del film in quanto espressione artistica.

Data l’ambiguità insita al contesto e alla sua messa in scena, si assiste ad uno sviluppo peculiare: la trasformazione di un anima, il logoramento di un corpo, gravato dal peso di un compito al contempo disdicevole e incessante, fondamentale eppur inglorioso, al termine del quale altro non vi è se non la malinconia di una serie di microcosmi abbandonati a se stessi e incapaci di auto-sussistere: questa rimane in fin dei conti la grande magia del film, e cioè lo straordinario contrasto tra il profondo ottimismo di fondo e la lancinante malinconia che lo domina continuamente. Sebbene dunque emergano dalle atmosfere cupe della capitale francese, come dai dialoghi posti tra i vari episodi, nostalgia per il passato e al contempo amarezza per il presente, l’opera crede più di tutto nel ritorno al culto cinematografico.

Voto: ★★★★/★★★★★

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