Non si sevizia un paperino

Non si sevizia un paperino (1972) – Lucio Fulci / Italia

Con ‘Non si sevizia un paperino’, Fulci trascura la sua vena più intimamente horror, a tinte irriverentemente splatter, in favore di un giallo d’antologia, un film che riflette i canoni del genere con intelligenza e con grande consapevolezza dei mezzi a disposizione. Della sua lunga filmografia, questa è infatti l’opera più sobria e se vogliamo timida, la più intelligente, suo fiore all’occhiello testimone di un traguardo mai più sfiorato in seguito. Un immaginario paesino della Lucania viene sconvolto da una serie di omicidi. Ogni pista sembra condurre verso una folle maciara ma un giornalista, incuriosito dai fatti, riuscirà a svelare il mistero.

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Come degno maestro dell’horror-splatter italiano, costantemente in bilico tra le ridicole esagerazioni e le atmosfere spinte oltre ogni limite, Fulci confeziona qui un caposaldo del genere che riesce a stupire e a colpire nel segno attraverso l’uso non smodato nè deliberatamente raccapricciante del sanguinolento (cosa invece comune all’interno del suddetto genere). Carta vincente Florinda Bolkan che qui, pur in vesti desuete, ci regala un’interpretazione fuori dall’ordinario.

Il film segue i binari del classico giallo, stupendo non grazie all’eccessivo quanto al riuscito inserimento di sequenze calzanti e ben pensate. Per citarne alcune particolarmente memorabili, da ricordare quella una Bouchet senza veli impegnata ad imbarazzare un bambino venuto per servirla. Qui il nudo sconvolge né scandalizza, piuttosto catalizza l’attenzione: questa infatti dipende dall’atmosfera, non dal corpo della pur bellissima attrice che viene difatti alternata allo sguardo del giovanotto. La scena finale sul promontorio, dove si ha lo scioglimento del mistero, dimostra quanto l’importanza non sia tanto l’identità dell’omicida quanto il perfetto collimare di ogni dettaglio, il completamento di un puzzle abilmente ideato.

L’identità dell’assassino non ha la minima rilevanza. L’attenzione, durante il film, cade sui piccoli particolari che contribuiscono a strutturare il film, come il pupazzo del bambino, il paperino appunto, o come già detto il ruolo apparentemente di contorno della maciara, che tirando le somme si dimostra invece chiave: è proprio lei infatti che apre il film. La scena più cruenta e toccante è la sua. Ogni dettaglio è utile: il depistamento attuato continuamente riguardo al volto del colpevole è buono ma soprattutto non viene caricato di inutile peso, non è la chiave del mistero, come invece Fulci fa sembrare. Il morto, a differenza dei film del (e di) genere, non è costante ciclica e ininfluente ma limitato al suo apporto ai fini dello sviluppo. Un gran film ritenuto non a caso dal regista stesso il suo preferito; un classico, un saggio sui meccanismi del genere.

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Voto: ★★★/★★★★★

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