Faust

Faust (2011) – Aleksandr Sokurov / Russia

Tra tutte le creature mai partorite dalla mente di Aleksandr Sokurov, ‘Faust’, ultimo capitolo della trilogia sul potere iniziata dodici anni prima con ‘Moloch’, è sicuramente una delle più geniali, luminari e al contempo corrosive e rivoluzionarie. La trasposizione della celebre opera del poeta tedesco Goethe da parte dell’autore russo diventa qui la personale interpretazione in versi, in poetici, foschi frammenti dell’essere umano e della sua viscerale, connaturata spinta verso l’eternità, verso la gloria infinita. Tra le luride, grottesche vie di un mondo in palese disfacimento, straziato dalla miseria, traversato da vie sozze, putride, presagio e anticamera di un Male incombente l’opera si svela per lunghe, interminabili diatribe filosofiche, ci accompagna in un viaggio mai tanto universale e indispensabile. Sullo schermo tirato e deformato, velato da colori spenti, oscuri (dal verde al marrone) ormai segno di riconoscimento del regista in causa, assistiamo ad una delle più monumentali opere mai realizzate; il perfetto, incomprensibile specchio di una razza condannata.

Nonostante la vicenda sia ben nota, la realizzazione risulta una sorta di compromesso tra l’opera di Goethe e quella di Mann: squattrinato, sapiente luminare stipula un patto col diavolo cedendo la propria anima in cambio della possibilità di assaporare le gioie, le passioni e i sogni della vita. Intraprenderà un viaggio di tentazioni e rischi. Quando subentrerà l’amore per una fanciulla incontrata per caso, Faust sarà costretto a confrontarsi con l’eternità e compiere una scelta definitiva sulle sorti della sua anima.

Tagliando dalla sceneggiatura le parentesi felici dell’opera infatti (l’intervento di Dio e la scommessa con lui attuata), Sokurov cancella ogni traccia di bene esistente nel mondo dando vita a un universo derelitto, sull’orlo del baratro. Quello del film è un inno alla disperazione umana e alla mancanza di fede, intesa come speranza in un mondo migliore. L’attesa presentazione del diavolo si rivela riuscita: esso riesce ad assumere le sembianze di un uomo pur ricordando i tipici canoni favoleschi (zoccoli, abbozzi di corna). È un demonio astuto, calcolatore e con una propria morale: il suo forte legame con il mondo e tutti i suoi vizi lo avvicina alla mentalità umana.

I vari scenari che i due protagonisti attraversano vanno pari passo con i diversi vizi dell’uomo e la costante sete di Faust di appagare i propri desideri corporali; tra tutti è l’amore il vizio che legherà il dottore alla schiavitù del male. Solo nel finale scoprirà quanto al contrario lo stesso Satana abbisognasse di lui. Con questo film AS raggiunge l’apice della propria carriera artistica. Questa brillante morale sulla perversità del potere ingloba in sè tutti i suoi precedenti film. Il rapporto tra il signore del male e il migliore degli uomini, quello che nell’opera Dio reputava il più incorruttibile, è l’immortale scontro che spesso la figura del regista si trova a dover affrontare, solo in diversi modi, tra immortalità e fermezza morale, tra sapere e ignoto, tra fede e materialità, basti pensare a film come ‘Il settimo sigillo’‘Stalker’‘2001: Odissea nello spazio’. Se il film di Murnau risulta più scenico e teatralmente forte (tenendo presente la sua datazione), quello in causa verte più su significato e resa dell’ambiente, quest’ultimo davvero essenziale. Monumentale il finale, dominato da uno scenario roccioso e devastato da fiamme e desolazione, dove la vittoria dell’uomo sul demonio sembra quasi contrastare col contesto e con la rappresentazione dataci dal genio russo, rimasto comunque fedele alle conclusioni del genio di Goethe. Un film fondamentale, ultimo grande lampo nella filmografia dell’autore.

Voto: ★★★★/★★★★★

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