M – Il mostro di Düsseldorf

M – Eine Stadt sucht einen Mörder (1931) – Fritz Lang / Germania

Dalla maestosità, dall’imponenza e dall’estro di ‘Metropolis’ nasce ‘M’, uno dei più grandi film dell’epoca nonché un’audace interpretazione della figura dell’assassino, ampliata da uno studio psicologico e tecnico alla base impressionanti. Fritz Lang si mette nuovamente alla prova nella letterale costruzione di scenari visivamente spettacolari, meticolosamente riprodotti, qui particolarmente figli di un Espressionismo ai tempi sempre più dilagante.

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Il film, assumendo le sembianze di un giallo-psicologico, narra di un paese sconvolto dalle azioni criminali di un folle assassino di bambine. Scandalizzata dai fatti, l’intera popolazione della città, dagli onesti lavoratori ai criminali di strada, si mobilita in blocco per riconoscere, catturare e infine punire il criminale. Prima dell’inevitabile accorrerà la polizia, assicurando l’uomo alla giustizia.

Il film è il frutto vero e proprio dell’esperienza cinematografica e dell’abilità che il regista è andato maturando nell’ambito dell’oramai passato Cinema muto, nonché della geniale combinazione tra gli stilemi di quest’ultimo e i canoni dell’appena nato Cinema sonoro. L’intuizione appena citata consente all’autore di rendere contemporaneamente e in maniera brillante, espressività recitativa, simbolismo scenico e cadenza drammatica ma anche maggiore scorrevolezza e comprensione logica e caratteriale. I dialoghi qui sono pochi e ininfluenti, e la carica espressiva e figurativa che Lang riversa per esempio sull’angosciante tragitto della bambina che non torna a casa e in contemporanea della madre sempre più preoccupata è davvero alta. Grande intuizione diviene allora quella di costruire l’intera vicenda sulla figura del colpevole; l’attenzione infatti è inevitabilmente concentrata su di lui, e nonostante egli non venga per questo sollevato delle proprie responsabilità, a conti fatti il vero mostro di Dusseldorf risulta essere il popolo. FL non forza lo spettatore a parteggiare per uno piuttosto per un altro, scelta in questo caso troppo azzardata; piuttosto apre lo scenario ad una riflessione, frutto di un lavoro psicologico sulle interpretazioni del dualismo vittima – carnefice di notevole spessore (lo stesso titolo originale ne è la palese dimostrazione).

Di conseguenza le scene risultano forti e di grande carica emotiva ed espressiva. Lang, rifuggendo da simbolismi, narra dunque una storia vera in maniera diametralmente opposta a quella impiegata per film come ‘Metropolis’ o ‘I nibelunghi’ , ma sempre con  grande inventiva. La cinepresa segue i fatti con un misto di rabbia, terrore e interesse.

Di grande interessa l’attesa spasmodica creata dall’autore intorno alla figura del protagonista, introdotto solamente dopo circa 20 minuti: di notevole effetto la scena in cui lo notiamo dialogare con una bambina solo grazie alla sua ombra sulla parete. Di grande presa anche il monologo finale, la scena dell’identificazione, e quella dell’omicida nell’atto di guardarsi allo specchio. Significativa la grande prova attoriale offertaci da Peter Lorre, qui al suo primo grande ruolo e utilizzato in seguito da autori del calibro di Hitchcock, Curtiz e Huston. Un gran film che spicca soprattutto grazie alla direzione di uno dei più grandi cineasti delle origini del Cinema. Una vicenda apparentemente uguale a tante trasformata in una fosca, terrificante e sontuosa parabola cinematografica, dove l’originalità della narrazione supera in importanza la narrazione stessa.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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