Shame

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Shame (2011) – Steve McQueen / UK

Dopo il debutto di tre anni prima con l’impegnatissimo “Hunger”, riflessione dura e pesante sul trattamento del regime inglese nei confronti dei componenti dell’IRA, Steve McQueen torna con una critica altrettanto vigorosa e censurabile sulla natura umana e i suoi risvolti negativi. Sprofondando nell’oblio della dipendenza ci si ritrova dannatamente inermi, spogli, infinitamente piccoli, vergognosi. Perdurando nell’oscenità dello scandalo si ha come unico risultato l’annientamento individuale, l’esclusione da ogni nucleo sociale e l’impossibilità di auto-gestirsi. Se dunque la nullificazione dell’individuo ha origine dalla vergogna Shame è il più grande, onesto e sensazionale ritorno alle origini della storia del Cinema.

La storia è quella di un uomo comandato dalle sue forti perversioni sessuali che riuscirà ad aprire gli occhi solo grazie a una tragedia, che però gli sconvolgerà la vita. Se quindi sembra che il film ci dia un finale risolutivo, dall’altro lato ci insegna che tutto ha un prezzo e che comunque la colpa del protagonista è doppiamente grave, perchè causa un dolore più grande del primo.

Detto questo va anticipato, prima di continuare il discorso, che Steve McQueen è un regista che, per quanto riguarda la sua potenza espressiva scandalizzante e provocatoria, probabilmente può essere accostato solo a von Trier e Kubrick. Le scene forti qui non hanno risvolti politici ma sessuali; sono tante è si spingono ben oltre l’immaginazione di uno spettatore consapevole. Il protagonista, Brendon, degenera di minuto in minuto senza riuscire a controllarsi, toccando apici inimmaginabili. E non lo fermano né gli scandali provocati sul posto di lavoro, nè l’animo implorante e in difficoltà della sorella che, arrivata da lui in cerca di appoggio morale ed emotivo, finirà per essere miseramente trascurata. Pur essendo una brava persona, dall’animo buono, cosa che ci viene fatta capire più volte, la sua impossibilità a rapportarsi col mondo in ambito sociale lo porta alla distruzione. La violenta scossa che il regista vuole dare con quest’opera si nota e si rivede in ogni suo singolo fotogramma, fin da subito. La vergogna che dà il nome al film è proprio quella che, sia McQueen che il suo protagonista vogliono superare. Il nudo non è fonte di scandalo qui; la perversione non è fonte di provocazione (o almeno non solo). Qui il cineasta americano punta ad una dimensione di umanità ben più alta di quanto non possa sembrare ad un primo, disattento sguardo.

L’uomo qui si spoglia di ogni sua maschera sociale,di ogni sua convenzionale fattezza e di ogni singola impressione personale, rimanendo unicamente sotto gli occhi dello spettatore per quello che è, per quello che rappresenta in quanto essere umano. La figura del protagonista soprattutto, ma anche quelle degli altri personaggi della pellicola, viene volutamente denudata di ogni normalità, viene mostrata per quello che ognuno di noi non vorrebbe mai essere ma ogni giorno si ritrova a combattere. Il problema non è dettato dalla società o da tutto ciò che l’inserimento dell’uomo al suo interno comporta, ma bensì dallo stesso uomo nel momento in cui prende coscienza di se in tutti i suoi limiti ed in tutto il suo intrinseco squallore. Brendon durante il film non sembra troppo intento a combattere la propria perversione nè conscio fino in fondo di quello che essa comporta, e questo proprio a causa dell’entità ben più alta e naturale della stessa.  La sua malattia rappresenta il concetto di ciò che l’uomo è e nega; tutto ciò che comporta la vita che ogni essere conduce ogni giorno, negando il lato più marcio e corrotto e palesando unicamente una finta perfezione, finta in quanto inesistente. Perfino nel rimorso finale lo spettatore non è sicuro del buon esito del film, perfino quando Brendon rifiuta la compagnia della donna osservata ad inizio film. Perchè l’incontenibile ed irrefrenabile, imperitura perversione sessuale di Brendon rappresenta uno stato ontologico che, come il film, va oltre la visione realistica della vita per mostrare uno stato di cose più puro e naturale, e quindi in definitiva più vero.

Dal punto di vista tecnico notiamo riprese lunghe, intense e sempre focalizzate sul protagonista che, supportate da una delle colonne sonore più belle e intensamente cupe di sempre, ha risvolti praticamente perfetti sull’intera pellicola. Lo stato d’animo di Brendon viene reso in varie maniere. Le due scene ambientate nella metro, a inizio e fine del film, sono chiave per la comprensione del film; senza di esse non si può capire l’intera vicenda. Infatti all’inizio egli guarda una donna maliziosamente e con intento chiaramente provocatorio. Sul finale la stessa donna richiama la sua attenzione, senza essere ricambiata. E questo testimonia che la triste vicenda capitatagli lo ha trasformato per il meglio. Ma come già detto il prezzo è amaro. In conclusione è un film qualitativamente superiore ed il vero capolavoro del regista. Film forte, amaro e indimenticabile. Indiscutibile; una prova di forza registica che va oltre lo scandalo per proiettare una dimensione esistenziale ben più essenziale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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