Il Sapore della Ciliegia

Ta’m e guilass (1997) – Abbas Kiarostami / Iran

Al suo ottavo lungometraggio, il maestro iraniano Abbas Kiarostami realizza il suo miglior lavoro, giunge ad una tappa fondamentale della propria carriera riflettendo con impegno e con grande maturità sui temi a lui più cari. ‘Il sapore della ciliegia’  infatti è un prodotto estremamente affascinante, cammina sul filo di una malinconica rassegnazione, pare evolversi pari passo col proprio spettatore autore compreso compiendo un percorso essenzialmente proprio di chiunque, impersonale e universale.

La storia è quella di un uomo, Badii, di cui non è un caso che allo spettatore non venga mai svelato nulla, che stanco della propria vita medita il suicidio; così egli, dopo essersi scavato una fossa, per attuare il proprio piano intraprende un viaggio in macchina alla ricerca di qualcuno che possa ricoprire di terra il suo corpo. Durante questo percorso incontrerà vari personaggi, ognuno dei quali fortemente emblematico e con una visione del tutto personale della vicenda.

Mantenendo l’impostazione del lavoro prodotto cinque anni prima, ovvero ‘E la vita continua’, il regista realizza la sua opera più efficace e significativa, senza dubbio la più importante. Ma se nel lavoro citato egli rifletteva su come si possa trovare il coraggio nella ricostruzione dopo una catastrofe, e nell’ancora precedente ‘Close-Up’ poneva in primo piano il tema della finzione e del diritto di poterla esercitare, qui Kiarostami effettua un lavoro di sinossi tale da fare risultare questo film un perfetto compendio artistico.

Il paesaggio che viene ripreso è spoglio, arido, privo di vitalità ed è quindi chiaramente rappresentato come uno specchio dello stato d’animo di Badii. La regia è funzionale alla sceneggiatura, e come in tutti i film dell’autore, passa in secondo piano, infatti in questo film la macchina da presa non fa altro che seguire continuamente il protagonista durante il suo viaggio in macchina; questo percorso dunque simboleggia un cammino spirituale, quello del protagonista Badii che, dopo essersi imbattuto nell’ingenuità e nelle paure di un giovane militare arruolatosi volontariamente, e nei principi moralisti di un seminarista, incontrerà un uomo più anziano di lui disposto ad aiutarlo. Ed è proprio nell’incontro con questo che assistiamo alla parte più intensa del film. L’anziano infatti capisce perfettamente Badii, e raccontando la sua storia capiamo che lui stesso in passato aveva pensato al suicidio, ma era stato persuaso nel rimanere in vita semplicemente assaporando il gusto di una ciliegia; quel gesto gli aveva fatto riscoprire la bellezza della natura e della vita stessa.

Nonostante ci vengano presentati diversi punti di vista attraverso i quali analizzare la situazione, pare chiara la visione del regista che, mentre da un lato mediante la figura dell’anziano ci mostra una prospettiva più razionale e matura, dall’altro si estranea da moralismi e pedagogismi fini a se stessi. Ritorna il dualismo realtà-finzione, espresso apertamente nel finale dove alla vicenda del protagonista si sostituiscono le riprese del set, come a negare importanza al racconto in quanto tale, sottolineando l’inesistenza dei personaggi nella realtà: il trionfo della vita sulla rappresentazione. In questo senso Cinema della fine, ricordando che per Godard il Cinema “nasce con Griffith e finisce con Kiarostami“. Uno sconvolgente inno alla vita, una visione davanti alla quale difficilmente si rimane indifferenti.

Voto: ★★★★/★★★★★

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