Questa è la mia Vita

Vivre sa vie: Film en douze tableaux (1962) – Jean-Luc Godard / Francia

Due anni dopo il suo più grande successo ‘Fino all’ultimo respiro’, Godard realizza quello che è probabilmente il suo primo, grande film. Il cineasta si cimenta dunque in quello che per la sua corrente ideologica di appartenenza è il battesimo cinematografico per eccellenza. Qui infatti possiamo ritrovare tutti i tipici stilemi della Nouvelle Vague come l’incoscienza, l’immaturità e la sottomissione ai canoni sociali del periodo. La storia è quella di una ragazza che, in uno svolgersi quanto più conciso possibile, viene sopraffatta dalla dura realtà di strada finendo per sopravvivere nel peggiore dei modi . Nana (questo il suo nome) perderà, una dopo l’altra, famiglia, lavoro, soldi, dignità e infine vita.

Tutto ciò è raccontato fin dall’incipit con straordinaria ma non inusuale freddezza, tipica del regista, che conferisce alla storia e alla dinamica di essa un distacco solo apparente e un’angoscia sempre maggiore che culmina poi nel triste finale, repentino ma profondo, che come in ‘Fino all’ultimo respiro’, sancisce la tremenda morale dell’autore nei confronti della società e dei rapporti umani da essa condizionati. La suddivisione del film in capitoli è un altro fattore che contribuisce a dare al film un senso di freddezza, rendendola una limpida cronaca di vita scandita dai tentativi della protagonista di liberarsi dalle catene del posto entro il quale l’ambiente circostante la rilega: il suo tentativo di lanciarsi come modella con i suoi ultimi risparmi non giungerà infatti a buon fine, perché così è scritto, questo è l’itinerario da seguire, quasi prestabilito e fatale nella sua resa incondizionatamente drammatica. Se in futuro il maestro francese sperimenterà ben differenti approcci  stilistici, volti a sottolineare maggiormente il contrasto tra estetica e realtà in una visione dell’immagine e del suo significato più ampia e meno disponibile a compromessi artistici, qui forse raggiunge la perfetta via di mezzo tra significato ed approccio registico.

Attraverso la didascalica resa della vicenda, la putrida bassezza con la quale vien ritratto l’ambiente di vita della ragazza, questa Parigi senza speranze, corrotta fino al midollo, schiava di un’assenza di morale che porta alla distruzione chiunque non riesca ad adeguarsi ad essa, e ancora tramite la palpabile mutezza dell’atmosfera, senza musiche e con ben pochi dialoghi (tra i quali un monologo filosofico della protagonista con uno sconosciuto in un bar) arriviamo all’affresco del più cupo messaggio dell’autore; quello di una perdita di ideali che sconvolge i ritmi fino a portare all’ascesa chi disposto a compromessi morali e alla distruzione i più corretti, trascinandoli nel fango dell’immoralità. La vicenda è portata avanti attraverso un approccio quasi irreale, onirico, che condiziona lo sguardo dello spettatore velandolo di una fosca tinta di grigio. Grigio che, sommato al bianco e nero della fotografia, viene a formare una tacita, dolorosa malinconia: Godard è certamente un poeta, e questi sono senza dubbio i versi più armoniosi e strazianti della sua intera carriera.

Voto: ★★★★/★★★★★

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